Different ways of seeing the lights.

Come se mi fossi appena risvegliato da un sogno, di quelli strani, dove la luce ha colore grigio. Non ha colore, la luce: è il colore, in un certo senso, ne assume le forme, tutte quelle possibili regolate dalle dinamiche fisiche che governano il nostro mondo. Una luce grigia: come in qualche pomeriggio di mezz’autunno, in qualche suburbana periferia neogotica, con i lampioni a ricordare che c’è ancora ossigeno nell’aria. Un grigio come quello della creta, dell’argilla cruda, che impone forma e sostanza ad un insostenibile macigno che solo il residuo di forza che non so neanch’io dove sia, che rimane sul fondo ormai raschiato può ancora sopportare. Come un topo che cade in un fosso e, non riuscendo ad uscirne, comincia a grattare per salvarsi, ma non ce la fa, morendo di inedia. Un’immagine terribile, ma quel grigio, col cielo che diventa quasi verdastro, il chiaroscuro che mai perde la sua eleganza, volti mostruosi, la vergogna di provare solitudine. La vergogna.

Se andassi da un sacerdote e mi confessassi, gli dicessi che non ho mai ammazzato nessuno, che ho sempre fatto del mio meglio per fare il bene, eppure… ci fosse ancora qualcosa che tormenta? Come giudicherebbe, quel sacerdote, la confessione, l’ammissione del fatto che non ho mai risposto alle offese non per spirito d’amore, ma magari per paura? Se fossi stato sempre gentile solo perché così non avrei offeso nessuno, o mai avrei causato situazioni di pericolo? Se dietro tutto questo ci fosse il carburante sbagliato, come verrei giudicato? Una brava persona, comunque, o un vile pusillanime?

Un grigio luce, un po’ più scuro del RAL 7035, ecco, a metà tra il grigio agata e il grigio quarzo.

La solitudine è un mostro grigio. Ne provo una vergogna assoluta. Ecco, mi vergogno di essere solo.

It's good when it's good

Quando si ritorna alla quotidianità, a quella quotidianità che ti comprime e decomprime come se fossi un soffietto di gomma, ti chiedi, semplicemente, perché.

Si, è vero, lavorare è una fortuna al giorno d’oggi, non nego di essere più fortunato di tanti altri poveri disgraziati. No, però, c’è un però, grosso quanto una montagna. Non solo: questa deviazione porta ad analisi che non ho il tempo di approfondire. Il tempo no, la voglia si. Ecco: non ho il tempo ma ho la voglia. Mi chiedo, allora, se la mia condizione di disgraziato fortunato valga la pena di essere vissuta così come la vivo. Non lo so… il lavoro che faccio è comunque un lavoro 8-16, un lavoro che mi porta spesso a viaggiare, e la paga è più che decente, se paragonata alla media meridionale. Ma (che segue il curioso però) non è quello che voglio. Vorrei solo svuotarmi completamente di tutto, testa soprattutto, e dormire. Dormire beato come un bambino che osserva quei carillon ipnoinducenti. Beh, proprio quelli, no. Se sento un carillon mi commuovo. Se vedo un giocattolo mi commuovo. Dicono che sia “spiccata sensibilità”. Qualunque cosa sia, non è bello essere emotivi quando ciò che ti trascina giù, afferrandoti per la caviglia quando pensavi di essere quasi riuscito a tirar fuori la testa per respirare, fa male. Non è bello, ma lo diventa quando invece è una bella giornata, c’è profumo di mare e una dolce brezza lieve ti accarezza la pelle raffrescando anima e giornata. Se osservo fuori dalla finestra dell’ufficio, vedo solo ondeggiare la cima dei pini alti. Anche questo mi ricorda quando ero bambino, e si scendeva a giocare a palla, quando le nostre città erano molto più verdi, in tutti i sensi, così cariche di speranze per il futuro. Un futuro che, comunque, ti costruisci da solo. Si, perché è sempre un fatto di scelte, ché inesorabilmente quando operi una scelta ricade sempre (anche) sulla tua testa, nel bene e nel male. E io, oggi, eh si, ne taglierei di teste… se potessi, però, accorcerei la testa all’inverno. Non lo vorrei di tre lunghi mesi, ma di una sola settimana. Poi, si dovrebbe tornare al caldo. Non dico proprio quello estivo, perché quello è fatto di sogni, ma almeno quello aprilino. E invece… sono compresso e costretto qui, senza neanche un caffè in corpo.

Passi

A volte è come bussare sulla porta dall’interno, a voler chiedere il permesso di uscire.

Manca solo quel rassicurante suono di passi felpati, morbidi, sinceri.

Ti vedrò mai? Esisti, davvero? Hai una voce, magari un accento da canzonare sardonicamente, magari la tua perfezione lambisce di nuovo i fianchi delle mie coste. O forse, sono semplici parole al vento? Non importa: conta ciò che si desidera e si materializza.

Le voyage du voyageur

Ogni volta che devo, parto. Quasi mai con piacere, almeno fino al giorno in cui si materializza la folla degli aeroporti. È la mia terza (o quarta?) volta in Tunisia. Quando preparo la valigia è sempre lo stesso rituale. Tiro fuori un paio dei miei abiti, sistemo le scarpe eleganti blu, un paio di camicie e almeno quattro cravatte scelte tra le mie oltre cinquanta. È quel suono, nel silenzio tombale di una casa in campagna, di quella seta che struscia su altra seta. La mano, chiusa a pugno, lascia che l’altra mano vi arrotoli quella seta, con gesti ampi e circolari. Sistemo tutto, getto anche in valigia un costume da bagno, potrei voler usare la piscina.

Forse è la ventesima nazione che visito. Qui si parla francese e me la cavo benino, amo il cibo e la bellezza di alcuni tratti caratteristici delle donne. Una volta, ho lasciato cinque euro ad un cameriere in puro stile film in bianco e nero, e voleva che sposassi una sua collega. È stato difficile fargli capire che la cosa non mi interessava, ma qui si offendono facilmente. È un modo di fare, piaccia o no. Io lo rispetto, anche perché con le dovute differenze si vive più o meno allo stesso modo dappertutto. La ricchezza e la povertà sono sempre esistite e sempre esisteranno. Non c’è nulla da fare. Forse, la povertà è più vicina all’assenza naturale, perché chi non ha niente da perdere normalmente dona di più. Con questo non significa che i ricchi siano da biasimare: non c’è vergogna nella nobiltà purché non trasformi l’essere umano in qualche semidio. Dico solo che i ricchi sono più inclini ad essere meno sognatori.

Tuttavia. Viaggiare è bello davvero, ma solo se conosci te stesso.

Autunno

A volte vediamo le cose come non ci aspettiamo che esse siano. In controtendenza alle aspettative, in uno strano divenire alchemico. Forse, è solo quel freddo un po’ umido. Sono molto legato alle sensazioni, cerco di assorbirne l’essenza nella carrozza delle emozioni. Mi fa sentire vivo, libero. Settembre ha questa magia; è una forza che si dispiega prepotente al mattino e alla sera. Durante il giorno, purtroppo, sono compresso contro un monitor, con il capo che sbraita, i colleghi che da come si comportano sembrano anche più compressi di me. Io non sono fatto per questo. Sarò anche capace, forse addirittura bravino in quello che faccio, ma non significa che mi piaccia, che lo accetti. Semplicemente, la mia anima non può restare chiusa troppo a lungo. Non sono un cretino: avere un lavoro, anche decentemente retribuito, oggi è ritenuto come “fortuna”. Ma lo è perché tutto è fondato su un modello che è fatto e modellato sul consumo. Nasci, studi ciò che ti serve per lavorare convinto che sia ciò che ti piace, lavori, guadagni, spendi e non ti basta mai. Mai. Perché più consumi, meglio è. Ci hanno condizionato al punto che se non sei in grado di consumare non sei alla pari di chi riesce a consumare di più. E c’è ancora chi parla di solidarietà. Qual è la solidarietà? Cos’è? Una parola che in apparenza riempie il vuoto di coscienza che bussa prepotente alle porte del cuore di ogni uomo. Forse, ciò che ci lega tutti è proprio quel vuoto. Ciascuno di noi ha un vuoto. Io, lo riempio con la musica.

Pronto, pioggia?

Fuori l’aria è torbida e pesante, il vento si è alzato furente, ma sempre capace di docili carezze in grado di ammansire anche l’arrabbiato più ostinato. Sono uscito, da questa scatola di ferro e cemento, solo per andare a mangiare un panino in pausa pranzo, con un collega. Sono uscito per cambiare luce, più che aria. Ripeto e ribadisco, ciò che più mi rende difficile la vita, sempre in quella scatola, è l’illuminazione. A misura di canile. No, non sono un intellettualoide comunista avvezzo alla lotta continua, sebbene rispetti Trotskji, per certi versi. Se fossi un rivoluzionario, avrei già indossato l’impermeabile e sbattuto le porte di questa malasorte che altro non è che una tristissima necessità. “Il lavoro rende liberi”, “il lavoro nobilita l’uomo”. Certo. Non dico che non sia così. Dico anche che la complessità ormai strutturale della nostra società sia così poco teorica e così tanto reale da scorrere nelle vene di chi ha deciso, per vigliaccheria, abitudine, educazione o semplicemente una scelta di comodo, di farne parte. Non si può non far parte della società, secondo (quasi) tutti i teorici. A me non importa saperlo, ciò che più importa è stare bene. Anzi, sentirsi bene. Una volta una ragazza elogiò alcuni miei versi d’amore dedicati ad una ipotetica donna amata. Quando le dissi che non esisteva, mi disse “beh… che differenza fa?”. Aveva compreso moltissimo, di me e di questo mondo fatto di ferro e cemento, microcosmo di tante vite che si scontrano e trottolano come elettroni nell’atomo.

Noi siamo gli elettroni e il mondo che vediamo è il nostro atomo.

Memoria sensoriale

Sono in ufficio, la finestra mi affaccia verso un cielo grigio e piovoso. I neon quadrati sulla mia testa quasi aumentano questa strana sensazione di fresco settembrino. Eppure, dove vivo, l’estate è caldo, mancanza di respiro (talvolta per la meraviglia causata dai paesaggi, dal mare), sonnolenza, pigrizia, latte e menta.

Non sto riuscendo ad andare al mare, in spiaggia: ho solo fatto 3, miseri, bagni. Mi manca molto il mare. E oggi, questo cielo carico di rabbia, questo freddo, questa luce chirurgica che taglia ogni fantasia, mi riporta a quando ero bambino e mamma mi teneva con sé al lavoro. Lavorava in una scuola, nella biblioteca. Il mio primo contatto con i libri, che non si è mai più spezzato. Un legame forte. Non credo che si spezzerà mai.

Non è strano quanto una luce, la sensazione del freddo, secco, che strizza la pelle dopo giorni umidi, riescano a sollecitare un ricordo, al punto che i colori diventano belli come un tempo e le voci indistinte, come quando un bimbo le sente ad un’altezza diversa?